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E’ dedicata a Cy Twombly la mostra di arte contemporanea più importante a Parigi in questi giorni (in programma al Centre Pompidou fino al 24 aprile 2017). L’artista americano più europeo, anzi più romano che riceve ora la sua definitiva consacrazione tra i “grandi” dell’arte mondiale. A differenza dei suoi sodali dell’inizio di carriera – Rauschenberg e Jasper Johns – Twombly si è sottratto alla grande esplosione del mercato americano che ha premiato i suoi amici e colleghi proprio per la sua “fuga” in Europa. Anzi più precisamente a Roma e nel Lazio, dove ha vissuto a partire dal 1957 tra Roma, Gaeta e Lexington, fino alla morte. E sempre a Roma si trova la tomba che ospita le ceneri di Cy a Santa Maria in Vallicella (più nota come Chiesa Nuova).

Bisognerà attendere il 1994 per vedere una sua prima retrospettiva al Moma di New York (e poi nel 2009 alla Gnam di Roma) e poi ancora il riconoscimento del Leon D’oro alla Biennale di Venezia del 2001.

In mezzo ci sono le stagioni degli anni Sessanta e Settanta che, anche grazie a lui, fanno di Roma uno dei centri di produzione artistica all’avanguardia nel mondo. Fu Palma Bucarelli, storica direttrice del Museo di Valle Giulia e animatrice di quel momento di vita romana, a presentarlo con la sua prima personale europea alla galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis. Gli artisti della Scuola di Piazza del Popolo, Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, ma anche Mimmo Rotella, Jannis Kounellis, Pino Pascali, Renato Mambor, si incontrano tutti alla galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis, che ospita in quegli stessi anni i lavori di Kline, Rothko, De Kooning e Rauschenberg, Afro, Consagra e Capogrossi. Ed è in questa galleria che approderanno dagli Usa i galleristi Leo Castelli e Ileana Sonnabend alla ricerca di nuovi talenti artistici.

Nella capitale Twombly intesse un dialogo continuo con la storia e l’arte classica italiana, come nei Nove discorsi su Commodo con cui nel 1963 “risponde” alla notizia della morte di J.F.Kennedy, o nel ciclo Fifty days at Illiam del 1978 ispirato alla lettura dell’Iliade. Un rapporto “corpo a corpo” con il passato ed una meditazione sulla morte e sulla violenza delle guerre. O, come ha scritto Roland Barthes, una pittura che si fa scrittura e gesto da decifrare.

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